Della chiesa di San Martino di Licciorno oggi rimangono solo i ruderi, ma la struttura originaria è ancora leggibile: navata unica con abside a est, campanile, sacrestia e canonica sul lato meridionale. Della navata e del coro sopravvivono i muri perimetrali, mentre il campanile a base quadrata, con tiburio a cupola rivestito in ardesia, è pressoché intatto. L’analisi muraria evidenzia almeno due ricostruzioni: una porzione di muro e una monofora rimandano alla fase medievale, mentre l’aspetto complessivo risale alla prima metà del XVIII secolo. La dedicazione a San Martino suggerisce una possibile fondazione altomedievale; anche il toponimo Licciorno sembra richiamare il termine dialettale liccia (leccio, dal latino ilex), alludendo alla presenza di un bosco di lecci.
La prima testimonianza certa risale al 1288, quando i canonici della Pieve di Lavagna eleggono Guglielmo di Borzone rettore delle chiese unite di Santa Maria di Prato e San Martino. Sebbene la tradizione attribuisca la fondazione ai monaci di Borzone nel XII secolo, i documenti confermano la dipendenza giuridica dalla Pieve di Lavagna. I legami con l’abbazia di Borzone sono attestati fin dalla prima metà del XIII secolo, grazie ai possedimenti in val Penna. Nel 1410 Santa Maria è affidata in commenda a un cappellano dell’abbazia e nel 1497 l’arcivescovo ne affida la cura a frate Benedetto Longinotti. Si trattava tuttavia di un vincolo prevalentemente economico, non di piena dipendenza giuridica. Nel 1525 un atto del notaio Vincenzo Molfino sancisce il giuspatronato della famiglia Longinotti sulle due chiese.
La chiesa occupava una posizione baricentrica rispetto agli insediamenti locali ed era strategicamente collocata lungo un sentiero a mezza costa tra Vallepiana e Zolezzi. In questo punto convergevano le direttrici provenienti dalle valli Taro, Ceno e Vara, raccordandosi al sistema viario della “Via Lombarda”, asse fondamentale dei traffici tra il litorale e l’oltregiogo. San Martino non era soltanto un luogo di culto, ma anche un nodo di passaggio e scambio.
Nel XVIII secolo la chiesa divenne sede di una confraternita laica per il Riscatto degli Schiavi, legata ai Padri Trinitari, con lo scopo di raccogliere fondi per liberare i cristiani catturati e resi schiavi dai musulmani. Il sistema delle “patenti di questua”, rilasciate dal Magistrato del Riscatto di Genova, degenerò però in pratiche speculative in Valle Sturla: alcuni investitori le acquistavano per rivenderle a contadini indigenti, i cosiddetti battibirba. Spinti dalla cronica scarsità dei raccolti, questi erravano per l’Europa fingendosi emissari religiosi, trasformando l’opera caritativa in mezzo di sopravvivenza o arricchimento.
Per contrastare il pauperismo e le tensioni diplomatiche, nel 1714 la Repubblica di Genova decretò il trasferimento coatto di 470 abitanti di Sopralacroce in Corsica, con l’obiettivo di fondare la colonia agraria di Croce di Coti. L’impresa fu drammatica: dopo due anni l’insediamento venne abbandonato per una grave crisi alimentare e un’epidemia di febbre quartana. Oggi l’unico arredo superstite della chiesa è un dipinto su tavola di stampo piolesco, custodito a Prato Sopralacroce, raffigurante la Vergine e la Santissima Trinità invocate dai santi Lorenzo, Martino, Rocco, Sebastiano e Antonio Abate: ultima testimonianza dell’attività trinitaria e della complessa storia sociale della valle.
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