La storia della Malga di Perlezzi documenta la transizione tra le pratiche consuetudinarie dell’alpeggio e la modernizzazione zootecnica del secondo dopoguerra nell’Appennino Ligure. Prima degli interventi degli anni Cinquanta, la gestione del bestiame durante l’alpeggio (aprile/maggio-settembre) avveniva presso i “”casoni””, strutture in muratura a secco documentate dal XVI secolo nella Liguria di Levante. Questi erano edificati nei terreni terrazzati ai margini delle terre collettive e servivano come base per i pastori che, a turno, sorvegliavano gli animali durante il giorno e ne garantivano lo stazionamento notturno.
Il latte veniva trasportato a spalla lungo le mulattiere tramite il bazero, un bastone curvo in legno a cui venivano appesi i secchi in lamiera zincata (stagnun). La produzione era unita per la caseificazione turnaria e contabilizzata con la crenaà, un sistema di misurazione basato su tacche incise su bastoncini di legno.
Nel 1949, l’accesso ai sussidi dell’Amministrazione Aiuti Internazionali (A.A.I.), tramite il fondo UNRRA gestito dal Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste, permise l’avvio di un progetto di miglioramento dei pascoli montani. La malga fu edificata su un terreno di proprietà dei Beni Frazionali di Perlezzi (località Moglia Negraia). Il progetto tecnico fu curato dal Segretariato Nazionale per la Montagna, mentre l’esecuzione si basò sull’impegno dei capi famiglia della frazione, che garantirono migliaia di ore di lavoro volontario per il rinettamento dei versanti e la costruzione delle stalle con calce prodotta nelle fornaci locali di Vagge.
Inaugurata nel 1951, la malga seguiva un regolamento volto a massimizzare la produzione. La turnazione dei pastori era calcolata in base al numero di capi posseduti da ogni famiglia: più bovini si detenevano, più giorni di turno erano richiesti. La prima mungitura avveniva alle quattro di notte; il latte veniva poi trasportato a valle dai portantini, che caricavano a spalla fino a 120 kg, per essere destinato alla vendita diretta e alla produzione di formaggio e burro. A valle, il prodotto veniva consegnato al lattaio a Prato Sopralacroce, garantendo lo sbocco commerciale della produzione montana.
Questo sistema faticoso fu superato con la costruzione della teleferica (1953) e della strada interpoderale (1970). Tra gli anni Novanta e il 2000, grazie ai fondi regionali ed europei (P.I.M. e Obiettivo 5B), la struttura è stata adeguata con misure agroambientali e convertita a presidio agrituristico nel Parco dell’Aveto.
Maggi R. (a cura di), Preistoria nella Liguria Orientale, 1983
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